Sperimentazione animale

Topi, conigli, scimmie, cani e gatti, nessuno viene risparmiato

Ricerca e coscienza


Per sperimentazione animale si intende l'esperimento a scopo di studio e ricerca effettuato su animali da laboratorio (ad esempio in ambito farmacologico, fisiologico, fisiopatologico, biomedico, biologico), finalizzato ad individuare le sostanze potenzialmente dannose/tossiche per l'uomo presenti nelle sostanze testate. Gli esperimenti possono essere di diverso tipo; i test più diffusi consistono nell'indurre su di un campione animale specifiche patologie e verificare la reazione a farmaci e ad altre pratiche terapeutiche. Possono essere somministrate ad esempio sostanze chimiche, batteri e virus. Gli animali testati possono essere esposti a radiazioni o subire mutilazioni di vario genere.
I termini "sperimentazione animale" e "vivisezione" indicano pratiche simili, tuttavia si usa utilizzare quest'ultimo con una valenza più negativa in quanto fonte di sofferenza e tortura su animali vivi e spesso non anestetizzati.
Lo sfruttamento di animali nell'ambito di esperimenti in laboratorio è da sempre una pratica controversa. Per quanto non si possa ignorare infatti il ruolo che questi hanno avuto nello sviluppo della ricerca scientifica, il problema etico è molto forte. Queste pratiche vengono infatti percepite da molti come violenze non necessarie e non utili al progresso medico/scientifico. E' ancora necessaria oggi la sperimentazione animale?
La ricerca biomedica ha da sempre utilizzato gli animali per sperimentare nuove tecniche chirurgiche, osservare l'evoluzione delle malattie su organismi animali per comprendere meglio i meccanismi di attacco sul corpo umano e testare nuovi medicinali.
Nonostante i grandi progressi della medicina molti, anche all'interno della comunità scientifica, hanno cominciato ad avere dubbi sulla effettiva utilità di tutti gli esperimenti eseguiti e sulla legittimità di sfruttamento degli esseri viventi.
Molti scienziati autorevoli si battono per un maggior rispetto degli animali, ritenendo la sperimentazione in alcuni casi necessaria, e in altri addirittura inutile, oltre che fonte di rallentamento scientifico. I casi di sperimentazioni errate, infatti, sono numerosi. Si può citare, ad esempio, il caso Talidomide. Quest'ultimo è un farmaco che fu venduto negli anni '50 e '60 come sedativo e anti-nausea, rivolto in particolar modo alle donne in gravidanza. Venne ritirato dal commercio alla fine del 1961 in seguito alla scoperta della teratogenicità di uno dei suoi componenti. Le donne trattate con talidomide davano alla luce neonati deformi.
Nel 1973 lo spray Isoproterenol uccise migliaia di asmatici. Entrambe i farmaci erano stati messi in commercio dopo le prove sugli animali che avevano dato risultati negativi. Da qui nasce il problema della generalizzabilità dei risultati ottenuti: se nessuna specie animale è paragonabile del tutto all'uomo questo significa che la sperimentazione finale avviene su quest'ultimo rendendo vano il sacrificio di milioni di animali. Inoltre, lo stress cui sono sottoposti gli animali da laboratorio invalida i risultati degli esperimenti rendendoli inattendibili. Questo spiega perché uno stesso esperimento effettuato su animali della stessa specie ma in laboratori diversi da spesso risultati differenti. Infine, i test effettuati sugli animali garantiscono la copertura legale alle case farmaceutiche tutelandole in caso di effetti nocivi sull'uomo del nuovo farmaco immesso nel mercato.
Per ridurre la sperimentazione animali ci sono dei metodi alternativi. Per "metodo alternativo" si intende una procedura che permetta di ridurre (o addirittura sostituire) l'animale nella sperimentazione o di limitarne le sofferenze.
A far pensare a questa eventualità è stata la legge delle 3 R elaborata da Russel e Burch per rendere eticamente più accettabile la sperimentazione animale.
1) Rimpiazzamento (replacement): identifica la sostituzione, ove possibile, degli animali con materiali biologici di minore complessità (batteri, colture cellulari, organi isolati, colture in vitro), modelli computerizzati, video, film;
2) Riduzione (reduction): implica la maggiore riduzione possibile del numero di animali usati per un particolare esperimento conseguendo ugualmente risultati di studio altrettanto precisi. Ciò può essere ottenuto standardizzando la popolazione animale che è il fattore principale della variabilità dei risultati;
3) Raffinamento (refinement): si riferisce alla ricerca di procedure sperimentali sempre più specifiche in grado di ridurre al minimo la sofferenza e lo stress causato agli animali impiegati.

Cosmetici e sperimentazione animale


La sperimentazione effettuata per testare i prodotti delle industrie cosmetiche è quella che solleva i maggiori interrogativi etici, questo perchè se da una parte si potrebbe giustificare la sperimentazione per farmaci salvavita, dall'altra non si può giustificarla per motivi futili quali la vanità o la bellezza. Una delle prime cose che si impara quando ci si avvicina al problema della vivisezione per combatterla, è che possiamo comprare cosmetici (sia make-up che prodotti per l'igiene personale) e detergenti "senza crudeltà" o detti anche "cruelty-free", cioè che non incrementano la vivisezione. Tuttavia troppi simboli, sigle e "autocertificazioni a pagamento" confondono gli amanti degli animali. Su questa complessità giocano coloro che vogliono spacciare certi prodotti come "cruelty-free", siano esse le aziende produttrici o chi le pubblicizza a pagamento. Vediamo allora come fare per capire cosa bisogna comprare e cosa bisogna evitare, per non incrementare la vivisezione.

Ad oggi, nessun cosmetico come "prodotto finito" (shampoo, crema, schiuma da barba, ecc.) viene testato su animali (mentre fino a pochi anni fa anche quello poteva essere testato), mentre sono sempre obbligatoriamente testati su animali i singoli ingredienti che compongono quel prodotto. Questo è un obbligo di legge, non si può evitare.

Allora, quando possiamo definire un prodotto cosmetico "cruelty-free", se le cose stanno in questo modo? Ebbene, esiste uno Standard Internazionale, chiamato appunto "standard cruelty-free", sostenuto da associazioni antivivisezioniste di tutto il mondo, sia europee che statunitensi che di altre parti del mondo, il quale definisce che un'azienda è conforme allo Standard stesso quando il prodotto finito non è testato su animali (e questo, in Europa è vero sempre, mentre in altre parti del mondo può non essere così), e anche i singoli ingredienti utilizzati nel prodotto non sono più testati da una certa data, chiamata in inglese "fixed cut-off date" (FCOD).

Questo cosa significa? Significa che il produttore di cosmetici si impegna a non comprare nuovi ingredienti, che verrebbero sottoposti per legge a test su animali, e quindi incrementerebbero la sperimentazione.

Vista la situazione complessa, è molto facile per chi vuole spacciarsi per cruelty-free senza esserlo fare delle affermazioni che sono "vere" tecnicamente, ma che di fatto servono solo a confondere le idee alle persone. Un modo molto comune è affermare, da parte di un'azienda "i nostri prodotti non sono testati su animali". Tecnicamente è vero, il prodotto finito non è di certo testato, ma questo è vero sempre, la differenza tra cruelty-free o meno la fanno i test sui singoli ingredienti, quindi comprare un "prodotto non testato" significa comprare un prodotto qualsiasi, i cui ingredienti non soddisfano alcuno standard.

Un altra modalità usata per confondere, è dire che il produttore del cosmetico "non commissiona" test su animali, né sul prodotto finito, né sugli ingredienti. Qui viene da sentirsi più rassicurati, si pensa «ah, bene, qui prendono in considerazione anche gli ingredienti!». Invece anche questa frase non assicura nulla, perché non è certo il produttore del cosmetico che commissiona al fabbricante di ingredienti i test su animali, nessun produttore lo fa! Questi test sono fatti dal fabbricante della singola sostanza chimica per norma di legge.

Quindi, di nuovo, un'affermazione tecnicamente vera (nessuno può accusare di menzogna o di truffa), che però non serve a nulla, perché afferma un'ovvietà, qualcosa che è vero per tutte le aziende.

Queste affermazioni si trovano abbastanza spesso sui siti delle aziende, oppure nelle loro mail di risposta quando si chiede loro se i loro prodotti sono cruelty-free o meno. Addirittura sono nati circuiti pubblicitari che contengono nel loro nome parole rassicuranti come "vegan" ma che in realtà forniscono soltanto delle AUTO-certificazioni a pagamento con le quali non si garantisce nulla riguardo il cruelty-free. Di nuovo, l'inganno è sconvolgente.

Il metodo della FCOD quindi è l'unico affidabile per assicurarsi di non incrementare la sperimentazione a fini cosmetici, è quello che tutte le associazioni antivivisezioniste di tutto il mondo usano. Le aziende che aderiscono a questo Standard e si sottopongono a certificazione da parte di un ente di controllo possono utilizzare su tutti i loro prodotti il simbolo del coniglietto che salta con le due stelline che vedete qui a lato. Attenzione, però: molte aziende che aderiscono a questo Standard non mettono questo bollino sulla confezione, quindi il fatto che non ci sia non significa che quei prodotti non vadano bene. Vanno bene tutti i prodotti delle aziende che aderiscono allo Standard.

Come fare dunque a sapere quali sono i prodotti giusti? L'unico modo è affidarsi a una lista che elenchi tutte e solo le marche che soddisfano i requisiti di questo Standard. Si può fare riferimento per questo alla lista di VIVO - Comitato per un Consumo Consapevole che elenca tutte le aziende che aderiscono alla certificazione ICEA-LAV attraverso l'organismo di controllo ICEA (Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale); più quelle che aderiscono allo stesso Standard ma con autocertificazione gratuita direttamente presso il Comitato VIVO, gestita dalla dott.ssa Antonella De Paola, autrice del libro "Guida ai prodotti non testati su animali". L'autocertificazione gratuita serve per dare la possibilità anche alle aziende che non vogliono pagare per la certificazione ICEA, ma che soddisfano comunque i requisiti dello Standard, di essere elencate tra quelle cruelty-free.

Fonti:

VIVO - Comitato per un Consumo Consapevole
Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale
http://www.agireora.org
http://esperimentianimali.blogspot.com


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